Il blog di Fabrizia Lodeserto

Il suicidio: un modo di comunicare

Il suicidio: un modo di comunicare

Radio, giornali e servizi televisisi parlano sempre con più frequenza di “Ondate di suicidi“; una frase che spaventa e che risuona nelle orecchie di molti genitori che temono per il destino del proprio figlio, in preda alle difficoltà della vita.

Giovani disoccupati, padri di famiglia o ragazzi in preda a una disperazione d’amore scelgono il suicidio come soluzione ai propri problemi.

Di cosa si tratta?

Il suicidio è una scelta allarmante, una scelta che varia a seconda di cultura, età, orientamento sessuale e caratteristiche personali. Tuttavia, il vissuto comune presente nelle varie forme di suicidio è il Dolore Emotivo.

La persona sente un dolore insopportabile internamente; un dolore che non le consente di vivere la propria vita e percepisce il suicidio come unica via salvifica, perchè non trova dentro di sè altre possibili soluzioni.

Emozioni e vissuti di chi sceglie la via del suicidio

  1. Desolazione e disperazione dettati dalla certezza di non riuscire a cambiare la situazione problematica.
  2. Senso di colpa tipico nelle storie di guerra o nei disturbi post traumatici da stress, in cui la persona sopravvissuta a un evento pericoloso, si sente in colpa nei confronti di chi non ce l’ha fatta.
  3. Rabbia diretta verso gli altri, ma in particolar modo nei confronti di se stessi.
  4. Vergogna, Umiliazione e Auto-disprezzo. La persona sceglie il suicidio per il timore di imbattersi in un ulteriore fallimento e di nutrire ancora una volta angoscia per non aver superato una difficoltà.

Un fattore che con molta frequenza è associato al suicidio è la presenza di una psicopatologia, come: disturbo dell’umore (depressione), disturbo del comportamento alimentare (anoressia), tossicodipendenza, schizofrenia, disturbo borderline. Talvolta anche la presenza di patologie mediche (neoplasie, HIV, disturbi neurologici) può rappresentare un indice di rischio.

Quando il soggetto vive l’angoscia e il dolore emotivo cerca invano di trovare una soluzione al proprio problema; reagisce con agitazione, rabbia e sofferenza che combatte, non cercando aiuti esterni, ma isolandosi dai rapporti sociali.

Il ritiro dai rapporti peggiora maggiormente la condizione psicologica perchè la persona sente ancora più la solitudine e si chiude in un vortice senza fine.

La rabbia contro se stessi incrementa; si innesca un certo grado di separazione dal mondo e si restringe il campo dell’immaginazione: la persona non riesce ad immaginare alternative al suicidio e sceglie di morire per liberarsi da ansia, terrore e angoscia cronica.

Come intervenire?

Un individuo non sceglie improvvisamente di morire, ma si susseguono diversi passaggi che è bene conoscere per attuare un programma di prevenzione e trattamento. Naturalmente non tutti coloro che pensano al suicidio, poi effettivamente lo mettono in atto; ma bisogna sfatare il mito secondo cui chi lo comunica apertamente, cerca solo di attirare l’attenzione.

Gli amici o i parenti che ruotano intorno alla persona sofferente iniziano ad aver paura; alcuni evitano di parlare dell’argomento perchè ignari di come affrontare il dialogo; altri ancora cercano consigli e conforti per combattere i sentimenti di impotenza e di inefficacia.

Dal punto di vista clinico, risulta necessario il riconoscimento precoce e l’invio repentino a un professionista del settore, per iniziare un percorso terapeutico integrato, al fine di evitare il tragico evento. E’ importante capire i metodi con i quali la persona pensa di suicidarsi (es. armi o psicofarmaci), in modo da rimuoverli da casa e rendere difficile l’attuazione.

La presenza di un professionista competente (psicologo, psichiatra, medico) di certo non significa salvificare la persona liberandola dal pensiero suicidario; ma può aiutare la famiglia nel percorso e ridurre il rischio di suicidio.

Fondamentale è la collaborazione tra professionista e famiglia. Quest’ultima naturalmente ha il bisogno di:

  • capire le motivazioni
  • dare un senso a quello che sta accadendo in quel momento
  • comprendere le modalità idonee cui cui stare vicino all’altro
  • apprendere come comunicare e come tendere alla risoluzione dei conflitti.

Il dottore, come un familiare non deve banalizzare o negare il dolore; ma deve ascoltare empaticamente, stimolare il dialogo, consentire l’espressione del disagio, dedicare tempo e risorse. Quando improvvisamente la persona sembra più calma, non bisogna mollare la presa, ma continuare ad ascoltare perchè potrebbe anche trattarsi di una calma apparente, dettata dall’idea di aver trovato una soluzione alla propria sofferenza: il suicidio.

Di fronte a situazioni altamente rischiose e problematiche è necessario contattare i servizi psichiatrici per far fronte all’emergenza, non dimenticando tuttavia di cercare sempre la collaborazione della persona, facendole presente del momento critico che sta affrontando e dell’importanza di una presa in carico globale.

E’ importante non far sentire la persona sola, ma sostenerla, orientarla e incoraggiarla. Consentendo alla persona di parlare dei propri problemi e di condividere i propri pensieri, anche quelli inerenti il suicidio, si riduce inevitabilmente l’ansia e il senso di solitudine.

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