Il blog di Fabrizia Lodeserto

Richiedenti asilo e rifugiati: come accoglierli

Richiedenti asilo e rifugiati: come accoglierli

Può risultare difficile interfacciarsi con questa realtà, perchè nonostante le difficoltà economiche e politiche nelle quali versiamo, viviamo comunque in un paese democratico e senza guerra.

Rifugiati politici e Richiedenti asilo: chi sono?

Parliamo spesso di persone con un elevato rischio di sviluppare sintomi riconducibili al Disturbo Post Traumatico da Stress perchè vittime o testimoni di gravi eventi traumatici.

La loro sofferenza scaturisce perchè spesso:

  1. sono costretti ad abbandonare il proprio paese e i propri cari improvvisamente, senza poter avvisare e salutare amici o parenti
  2. hanno subìto o temono di subìre persecuzioni per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a determinati gruppi sociali o per lo proprie opinioni politiche
  3. il trauma al quale vengono esposti, non è generato da eventi naturali (alluvioni, terremoti, ecc) ma dallo stesso uomo, il che rende tutto più insopportabile.

Molti di loro hanno speso tutti i risparmi familiari per poter fuggire dalle persecuzioni; e dopo essere sopravvissuti alle torture, si ritrovano ad affrontare un viaggio difficile che li vede per diversi giorni senza acqua e senza cibo. In tanti muoiono lungo il percorso, dunque la paura si fa più grande perchè si viaggia con il terrore di non arrivare alla propria meta, nonostante i sacrifici.

E poi arrivati in Italia…

Giunti in un paese diverso, con proprie regole, una propria cultura e differenti abitudini di vita, subiscono altri traumi perchè costretti ad adattarsi ad un nuovo ambiente e a ridefinire la propria identità.

Sarà capitato a qualcuno di noi di raggiungere un posto lontano dal proprio paese, di essere rimasti per settimane-mesi in un altro luogo e di sentire per un attimo nostalgia delle proprie origini.

Pensiamo di essere lontani da casa, di non conoscere nessuno, nè la lingua, quindi di non sapere nè come presentarci, nè come chiedere aiuto se in difficoltà.

Torniamo ora con la mente ai richiedenti asilo. Tutto è più ingigantito e traumatico perchè:

  • per un lungo periodo di tempo non hanno notizie della propria famiglia,
  • nè hanno soldi per telefonare loro e avvisare che il viaggio è andato a buon fine
  • non conoscono nessuno
  • non si è trattato di un viaggio di piacere, ma obbligato pur di sopravvivere
  • prima avevano un ruolo sociale perchè lavoravano presso magari il loro market di proprietà, nelle loro terre o perchè insegnanti, laureati, ecc; ed ora senza un lavoro.

Molti dei ragazzi che accogliamo nei Centri di Accoglienza, nei CARA (Centri di Accoglienza per richiedenti asilo) o negli SPRAR (Sistema di Protezione per richiedenti asilo e rifugiati) lamentano disturbi del sonno, della memoria, dell’attenzione, disturbi psicosomatici, ansia, stress, alterazione dell’umore.

Non è facile il loro percorso, proprio perchè fuggiti da persecuzioni perpetuate dallo stesso uomo; emerge quindi un senso di sfiducia ed insicurezza nei confronti di terzi.

Si ha forte timore per il proprio futuro e per la propria famiglia; la moglie e i figli sono lontani e hanno bisogno del loro aiuto.

Tale sofferenza deve far rendere conto di quanto possa essere difficile una vita senza alcuna certezza e di quanto dobbiamo sentirci tutti incaricati a sostenerli, incoraggiarli e a non emarginarli. Ecco a voi uno spunto per riflettere e pensare senza condizionamenti e senza barriere.

Riporto un pensiero scritto da uno dei nostri ragazzi beneficiari SPRAR, nel corso di uno dei nostri laboratori:

“Io sono un afghano che si era stancato di rimanere in Afghanistan.

Con ciò non voglio dire che il mio paese non mi piace, ma che da tanti anni c’è la guerra e muoiono sempre le persone.

Io voglio una vita senza guerra; voglio avere bambini che possano studiare ed andare a scuola, senza pensare che un giorno possano non arrivare più a casa.

Dopo tanti anni di vita in Afghanistan, ho pensato di andare in un luogo senza guerra, per una buona vita.

Dopo 20 giorni  grazie a Dio sono arrivato in Italia. Quando sono partito dalla Turchia sono rimasto per una settimana con pochissima acqua… c’erano tante persone senza cibo e che stavano morendo.

Voglio che un europeo venga in barca per capire quello che abbiamo provato. Non veniamo qui per soldi o lavoro.

NOI SIAMO PERSONE COME VOI, CHE NON VOGLIONO MORIRE”

R. 2013

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