Il blog di Fabrizia Lodeserto

Hai adottato un bambino? 5 Consigli utili

Hai adottato un bambino?  5 Consigli utili

Quando un bambino entra a far parte della sua famiglia adottiva ha bisogno di ricostruire un legame di attaccamento con l’ambiente per tentare di “sanare” lo strappo dalle sue radici.

Il bambino ha la necessità di ritrovarsi in un luogo caldo e protettivo e con genitori pronti a riceverlo e ad entrare con lui in sintonia.

Se questo non dovesse accadere, l’adozione può rappresentare un fattore di rischio per il piccolo che sente di sperimentare ancora una volta il distacco, la sfiducia verso l’altro e una sensazione di estraneità.

5 Consigli:

  1. DIRE LA VERITA’: Non raccontate falsità, ma siate chiari e sinceri sin da subito con il bambino. Non nascondete mai l’adozione, ma parlate con lui usando termini appropriati e consoni alla sua età. Vostro figlio, a causa delle sue esperienze pregresse, parte già sfiduciato nei confronti delle relazioni; dunque, conoscere tardivamente la verità, rappresenterebbe per lui il crollo di tutto ciò che si è costruito nel tempo. Non pensate che la verità non si verrà mai a sapere, ma siate lungimiranti e, se necessario, fatevi supportare durante questo passaggio. Ci sono diversi modi per raccontare la verità al bambino a seconda dell’età, dunque chiedete supporto e il disagio sarà superato.
  2. PAROLE DA NON USARE: Non parlate di “Abbandono” del genitore, ma di “rinuncia”, “impossibilità”, “incapacità”. L’abbandono è intollerabile per chiunque, immaginate per un bambino che sente di essere stato abbandonato dalla figura più importante che si sarebbe dovuta prendere cura di lui! Pensare di essere stato abbandonato, può rimandare alle convizioni di non essere persone amabili, ma persone non apprezzate che tendono ad essere rifiutate dagli altri. Questa convizione nel tempo rischia di generare profonde conseguenze negative nel comportamento e nelle relazioni sociali ed affettive.
  3. FAVORITE L’APPARTENENZA: Il bambino ha bisogno di sentirsi parte di una famiglia, dunque fate in modo di coinvolgerlo nelle questioni familiari, tracciando la storia tra ciò che lui era, ciò che eravate voi e ciò che siete adesso insieme. Fate presente che lo amate, che lo avete desiderato con il cuore e che voi siete la sua mamma e il suo papà.
  4. NO AL SILENZIO: Affrontate i silenzi, anche se difficili da abbattere, e non evitate di parlare di ciò che riguarda la diversità fisica: colore della pelle, lineamenti diversi, ecc. Non parlarne significa sottolineare la diversità perchè viene comunicata inconsciamente la paura del mancato legame. Se alcuni passaggi della sua storia passata non li conoscete, non inventate o imbrogliate, ma siate chiari nel pronunciare la frase: “Non lo so”.
  5. FAVORITE LO SVILUPPO DELLA SUA IDENTITà: Per una sana costruizione dell’identità, il bambino e poi l’adolescente hanno necessità di ripercorrere la propria storia; dunque domande che hanno a che fare con il passato o con i genitori biologici, non devono spaventare o essere vissuti come rifiuto, ma rappresentano elementi utili per la definizione della propria identità.

Cari genitori,

riflettete sulla vostra storia personale e su come, nel tempo, abbiate posto voi stessi domande ai genitori sul vostro passato. E’ stato piacevole e utile sentire da loro il racconto di frammenti della propria infanzia. Noi siamo il risultato della nostra storia, dunque non parlare del passato è come dire a vostro figlio: “Non hai avuto una vita prima del momento in cui sei arrivato qui da noi”.

Riuscite ad immaginare quale danno o quale profonda ferita verrebbe fuori? Abbiate il coraggio di farvi aiutare per superare le vostre paure.

Potranno emergere conflitti, comportamenti aggressivi o minaccie nel corso del tempo; sappiate dare a queste azioni il giusto significato. Talvolta, possono rappresentare delle sfide da parte di vostro figlio che vuole mettere alla prova i vostri sentimenti e l’affetto nei suoi confronti.

La relazione con voi è un’occasione unica per vostro figlio; l’occasione di poter ricucire talune ferite che, pur se visibili, possono essere ben curate con il tempo.

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Mio fratello è diversamente abile. Ecco come mi sento

Mio fratello è diversamente abile. Ecco come mi sento

All’interno della famiglia, la nascita di un figlio portatore di disabilità determina certamente un forte cambiamento in termini emotivi.

L’intera famiglia molto spesso si focalizza sul bambino e sui genitori e rischia di trascurare i bisogni dei “siblings” (si tende ad usare questo termine per indicare i fratelli o le sorelle della persona con disabilità).

Quando le attenzioni si riducono:

La nascita di un fratellino , già di per sè, cambia il clima familiare perchè il primogenito sente di aver perso il “primato” e di dover dividere le attenzioni dei genitori con un’altra persona. Immaginate cosa può accadere se il bambino che entra in famiglia è affetto da una disabilità: le attenzioni si riducono ancor più perchè il piccolo richiede molte cure.

Le frequenti ospedalizzazioni e visite, magari in una città lontana dalla propria, presuppongono inevitabilmente un allontanamento della madre o di entrambi i genitori.

Spesso il fratello viene affidato ai nonni o agli zii e il piccolo inizia a percepire questa distanza in termini concreti, ma anche affettivi ed emotivi. Il fratello si sente spesso “tagliato fuori” dal nucleo.

Come reagisce il primogenito?

Quando all’interno della famiglia domina l’angoscia per la nuova condizione, il sibling viene quasi messo da parte. Si pretende molto da lui: gli si chiede di capire perchè più grande e perchè “sano”. Ci si dimentica che anche lui, in realtà, è ancora piccolo e che fino a pochissimo tempo prima veniva trattato come un bambino. Improvvisamente lo si vede grande e capace di giocare solo e di essere autonomo.

Il sibling inizia così spesso a manifestare le proprie paure e la propria insoddisfazione attraverso taluni comportamenti, che interessano:

  • il ciclo sonno-veglia: difficoltà ad addormentarsi, ripetuti risvegli nel corso della notte, ecc.
  • Le abitudini alimentari: maggiore o minore fame, “capricci”, desiderio di essere nuovamente imboccati, ecc.
  • L’autonomia: richiede più attenzioni e vuole essere aiutato in attività che prima svolgeva in autonomia.
  • L’ambiente scolastico e relazionale: difficoltà o resistenza nello svolgere i compiti e/o tensioni nel contesto classe.
  • Le emozioni e l’affettività: paura, agitazione, irritabilità, sensi di colpa, sensazione di essere invisibile.

A maggior ragione, tali comportamenti si presentano o vengono amplificati se il sibling impara che, per ricevere cure ed attenzioni, deve creare “scompiglio” all’interno della famiglia e agire in modo problematico.

Altre volte ancora, invece, capita il contrario: il fratello cerca di evidenziare le proprie capacità e la propria indipendenza per non essere un peso per i genitori. Questo può essere positivo da un lato, ma negativo dall’altro perchè il bambino vive con angoscia il dolore dei genitori e teme sempre di fare qualcosa di sbagliato o di incrementare le loro preoccupazioni.

Cosa cambia nel tempo

Nonostante tali disagi, il sibling nel tempo impara a convivere con questa situazione. Inizia ad avvicinarsi di più al fratello e a giocare con lui.

Il dolore si fa più forte nel momento in cui cresce e le diffenze iniziano a notarsi maggiormente. Il sibling inizia ad avere amici, ad uscire, ad essere invitato alle feste, ad avere il fidanzatino e ad essere autonomo. L’altro, invece, non conquista la stessa autonomia, ma rimane spesso vincolato alla coppia genitoriale.

Suggerimenti per i genitori:

  1. Favorite, nel miglior modo possibile, una maggiore autonomia nella persona con disabilità al fine di ridurre le distanze e non incrementare le difficoltà nel tempo. Il sibling si sentirà investito di una forte responsabilità per il proprio futuro, pertanto è importante facilitarlo considerato il suo importante ruolo.
  2. Chiedete supporto a chi vi sta intorno: seppur siete certi che la responsabilità cade unicamente su di voi, coinvolgete comunque più figure nella cura e nella gestione della quotidinanità. E’ importante non sentirsi soli, ma sapere di poter contare anche sugli altri.
  3. Dedicate dei momenti specifici al figlio “sano” affinchè lo stesso si senta ugualmente curato e non “tagliato fuori” dal nucleo.
  4. Siate sinceri e parlate con lui del presente e del futuro, senza fargli vivere il forte senso di responsabilità.
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Tuo figlio adolescente ti mette in crisi? Spieghiamo il perchè

Tuo figlio adolescente ti mette in crisi? Spieghiamo il perchè

L’adolecenza, come il diventare genitori e il passaggio alla terza età sono alcune delle crisi più profonde che può vivere una persona nel corso della propria vita. Tutte presuppongono un passaggio, una trasformazione e l’abbandono di antiche abitudini.

In questo articolo ci concentreremo sull’adolescenza e su come tale fase possa determinare una crisi non solo nell’adolescente, ma anche nel genitore.

Le sensazioni che i genitori descrivono sono quelle di non non avere più il controllo della situazione, di vedere i propri figli cambiati e trasformati nel giro di poco tempo.”Non lo capisco più” è una delle frasi più frequenti che si sente pronunciare.

Il figlio non è più un bambino, ma non è nemmeno un adulto: non accetta l’autorità ed al contempo non riesce ad essere autonomo.

Cosa prova l’adolescente per il genitore?

Fino a qualche tempo prima il bambino si identificava con il genitore, lo apprezzava e lo ammirava. Improvvisamente quella stessa persona diventa un nemico, un ostacolo alla propria indipendenza. Questo è il motivo principale che spinge un adolescente ad entrare in conflitto con il proprio familiare. L’adolescente si accorge che la presenza del genitore non basta più per sentirsi realizzato e diventa fondamentale a quest’età il confronto con il gruppo dei pari.

Cosa provano i genitori?

Si sentono impotenti, delusi, arrabbiati e preoccupati. Hanno la percezione che tutti i precedenti insegnamenti non abbiano più alcun valore e non abbiano avuto i loro effetti.

Talvolta la percezione che subentra nel genitore è quella di abbandono e ciò, è tanto più forte quanto il rapporto con il figlio sia stato fino ad allora esclusivo o meno predominante la presenza del padre o di un terzo.

La ritmicità delle giornate cambia per il genitore che, fino a quel momento, aveva dedicato tutto il tempo alla cura del proprio figlio; adesso invece, il senso della quotidianità pare essersi svuotato. Il suo ruolo si evolve ed è necessario per lui reinvestirsi in altre attività e relazioni sociali.

Ecco i 4 motivi del conflitto

  1. Il Legame simbiotico con il figlio e l’assenza di un terzo: tale condizione accende ancor di più il conflitto perchè è più difficile per l’adolescente svincolarsi dal legame. Il legame troppo forte non permette al figlio di sperimentarsi serenamente in una nuova relazione sentimentale e mette in moto sensi di colpa nei confronti del genitore. Il conflitto più acceso in questi casi ha la finalità di evitare una vicinanza eccessiva. Relazioni troppo fuse tra loro richiedono che il figlio stabilisca dei confini per il timore di sentirsi dominato e influenzato nelle proprie scelte.
  2. Atteggiamento inquisitorio: è importante che il dialogo fra il figlio e il genitore si costruisca nel tempo. Se non è stata favorita la giusta comunicazione nel corso dell’infanzia, non si può improvvisamente pretendere che il figlio racconti la propria vita; soprattutto in questa fase! E’ fondamentale non porre domande che diano la percezione di un interrogatorio o soffermarsi al quesito: “Come è andata oggi a scuola?” E’ una frase troppo riduttiva che scatena la solita risposta chiusa: “Bene”. E’ importante la modalità con cui poniamo certe domande, nè dobbiamo pretendere che il figlio si confessi totalmente o racconti i minimi particolari. Questo è sbagliato, perchè il figlio inevitabilmente si sente invaso e talvolta non sa nemmano lui cosa raccontare perchè i sentimenti sono contrastanti e spesso cambiano; dunque cosa dire se in realtà non se ne è ancora sicuri?
  3. Genitore nascosto: Spesso il genitore riversa sul figlio specifiche aspettative e, seppur non le comunica apertamente, tende a manifestarle indirettamente. Tali aspettative rappresentano un impedimento per la crescita del figlio che, diversamente, ha necessità di differenziarsi e costruire una propria identità, separata da quella del genitore. E’ naturale per un genitore avere progetti o sogni per il proprio bambino, ma bisogna fare attenzione alla modalità con cui trasmettiamo il nostro immaginario. Non possiamo chiedere al figlio di riuscire nelle attività in cui noi adulti abbiamo fallito.
  4. Differenziazione dal genitore: la sfida e la ribellione hanno l’obiettivo di ricercare una propria strada. Una modalità affettuosa, invece, farebbe retrocere il figlio che ha bisogno di ridimensionare l’immagine del genitore, fino a quel momento idealizzato. Dimostrare il proprio amore come prima, presupporrebbe per il figlio un sentirsi spingere indietro nel tempo, anzichè un progredire in avanti.

5 Consigli per il genitore

  1. Non avanzare continue critiche nel corso della giornata, ma dai fiducia e valuta quando è realmente necessario creare un conflitto.
  2. Manifesta il tuo affetto, non pretendendo da parte sua gesti affettuosi, soprattutto in pubblico.
  3. Individua regole chiare, adatte all’età e alle caratteristiche di tuo figlio e mantieni la coerenza.
  4. Mostrati fermo perchè tale atteggiamento lo aiuta a controllare i suoi impulsi.
  5. Ricordati che anche tu sei stato adolescente e che questa fase prima o poi termina. Non preoccuparti, con il tempo i tuoi vecchi insegnamenti daranno frutto!
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Il significato psicologico del disegno nei bambini

Il significato psicologico del disegno nei bambini

Il bambino attraverso il gioco ed il disegno si esprime e mette in luce messaggi inconsci.

Il disegno permette di sentirsi liberi di esprimersi; pertanto attraverso di esso, vengono manifestati i propri pensieri e le emozioni del momento.

Basti pensare agli scarabocchi che si tendono a disegnare mentre si è al telefono o mentre i svolge un’azione di altro genere. In quel momento è come se la mente vagasse da un’altra parte, si ponesse interrogativi e mancasse di freni inibiori.

Il disegno nei bambini

Il disegno rappresenta un gioco per il bambino ed il giocare è una capacità presente sin dalle prime fasi di vita.

Giocare serve a rilassarsi, esprimersi, tenere a bada le frustrazioni ed entrare in relazione con l’altro.

Winnicott diceva che “con il gioco il bambino è capace, se circondato da un ambiente favorevole e stabile, di sviluppare il suo personale stile di vita, di diventare un essere completo, amato ed accettato per quello che è“.

Attraverso il gioco si dà sfogo alla propria creatività e si viene a conoscenza del proprio mondo interiore.

I disegni in psicoterapia

In psicologia infantile si utilizza il disegno come strumento nella terapia con i bambini.

Il disegno mette in luce se stessi e l’ambiente circostante: come lo percepiamo e come lo viviamo.

Famosi, infatti, il disegno della figura umana, della casa, dell’albero e della famiglia che evidenziano significati profondi.

Ad essere analizzati non sono solo i personaggi rappresentati, ma anche il tratto, i colori scelti, la posizione dei personaggi nel foglio, la modalità con cui il bambino si prostra a disegnare e  il significato che viene dato a ciascun elemento. E’ per questo motivo che l’analisi psicologica di un disegno può avvenire solo all’interno di un contesto specifico e con personale qualificato.

I disegni dell’albero, della casa e della figura umana esprimono aspetti della personalità del soggetto e mettono in luce l’immagine che ognuno ha di sè e quella che vorremmo avere. Il disegno della casa così come quello della famiglia evidenziano i vissuti familiari; pertanto naturale il loro uso per identificare eventuali situazioni conflittuali.

Durante l’attività ludica, è importante lasciare libero il bambino di disegnare, senza spiegargli “come si deve disegnare”.

La matita e i colori devono essere usati con il fine di dare libero sfogo alla propria emotività e non devono diventare uno strumento che va a limitare o frenare il ricco vissuto infantile.

 

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Italiano all’estero? Voglia di riscatto e malinconia

Italiano all’estero? Voglia di riscatto e malinconia

Sono sempre di più i giovani italiani che decidono di trasferirsi all’estero per cercare fortuna e trovare una collocazione sicura e definitiva al di fuori dal proprio paese.

Si parte con numerose aspettative, sogni e si condivide con orgoglio questa importante decisione con parenti ed amici.

Chi si trasferisce viene percepito da chi rimane come una persona coraggiosa e capace di affrontare le difficoltà con grinta, senza piangersi addosso le delusioni e le sofferenze determinate dalla condizione di instabilità.

Generalmente si trascorre una fase in cui il  futuro viaggiatore tenta in più occasioni e con tutto se stesso di trovare sicurezza nel proprio territorio e nel proprio paese: contatta aziende, invia curriculum e viene convocato talvolta a lavoro per pochi mesi e con ridotte certezze.

Pertanto, dopo un primo periodo di tentativi falliti, si prende coraggio per partire e trasferirsi altrove.

A volte ci sono dei cambiamenti di vita o delle delusioni che portano la persona a scegliere in via definitiva il trasferimento. Inizia così la fase in cui si reperiscono il maggior numero di informazioni sul paese che si decide di raggiungere.

Si contattano amici, parenti, amici di amici che si sono già trasferiti tempo addietro e si avvia così la fase in cui si materializza sempre di più la decisione di partire.

Trasferimento nel nuovo paese: i primi vissuti

La prima fase di trasferimento è caratterizzata generalmente da grinta ed euforia. Si è psicologicamente propensi al cambiamento e positivi che la propria vita possa finalmente raggiungere un traguardo.

Non sempre si trova nell’immediato la propria strada, anzi frequentemente deve passare del tempo affinchè le cose possano sistemarsi. Il tutto diventa più complesso se la lingua estera non è ben conosciuta.

Trasferirsi e non riuscire a comunicare è una delle esperienze più difficili che l’essere umano si trova ad affrontare. Le difficoltà nel comunicare i propri bisogni e di comprendere quanto l’altro ti sta dicendo, crea incertezza, paura e senso di smarrimento.

Ci si sente spesso fuori luogo e incapaci di instaurare buone relazioni. All’interno del gruppo le altre persone ridono e scherzano, mentre il viaggiatore non riesce a cogliere le battute degli altri. Colui che poi parte in cerca di lavoro e deve sostenere il colloquio in lingua, vive un momento di forte stress perchè consapevole del dover dare il massimo e al contempo certo di non farcela.

A volte le attese di trovare nell’immediato una proposta di lavoro all’estero svaniscono perchè si parte generalmente con aspettative ben più alte di quelle reali.

Nonostante ciò, trascorre del tempo e la persona riesce pian piano e ritrovare la propria stabilità: trova un’occupazione, una casa, migliora il suo orientamento nel territorio e fissa punti stabili che rendono più equilibrata la propria quotidinità (in quale supermercato rivolgersi, quale la banca, ecc.)

Tuttavia, a distanza di tempo, nonostante la stabilità materiale raggiunta, la persona inizia a sentire la malinconia di ciò che ha lasciato.

La seconda fase del trasferimento: le emozioni

Questa fase subentra quando, dopo aver sfruttato tutte le energie per orientarsi nel futuro e nel nuovo luogo, la persona si ferma e riflette su cosa ha lasciato.

La persona si accorge spesso di aver fatto sì la scelta giusta, ma di non aver minimamente pensato a quanto potesse essere stato stato difficile emotivamente abbandonare la propria vita precedente e le vecchie abitudini. Si vive come in una frattura: l’IO all’estero e l’IO nel proprio paese di origine.

Si decide di tornare nel proprio paese per una piccola vacanza e per ritrovare i propri cari e le sensazioni che subentrano sono particolari:

  • di primo acchito sembra che il proprio paese non sia cambiato per nulla, ma tutto sia rimasto come quando lo si era lasciato: le amicizie, i parenti, le strade, i luoghi frequentati,…
  • ci si sente così diversi e cambiati rispetto agli altri; pertanto difficile è la ricollocazione nella terra di origine
  • si torna poi nel paese di destinazione e anche lì, a volte, sembra che le cose siano cambiate.

Terza fase: voglia di risoluzione

Il viaggiatore vive con difficoltà questi passaggi perchè si accorge della discordanza delle proprie emozioni.

Talvolta sente il bisogno di rimanere nella terra scelta ma di voler mantenere le proprie radici e i propri affetti. Sono contrapposte le emozioni e consequenzialmente si iniziano a percepire sintomi a livello corporeo:

  • ansia, tachicardia, sbalzi d’umore, disturbi gastrointestinali, difficoltà del sonno, reazioni dermatologiche, ecc.

Dinanzi a tale sintomatologia la persona si rivolge al medico, ma con difficoltà riesce a trovare la propria soluzione. Si rimane focalizzati sulle reazioni corporee e poco sui cambiamenti inevitabili del corpo nella fase di adattamento nel nuovo luogo.

Quale soluzione?

Dopo una serie di analisi mediche e visite, ci si accorge spesso di avere bisogno di una consulenza psicologica. Tuttavia, la difficoltà è a chi rivolgersi?!

La cultura, come diceva Nathan, è il fondamento strutturale e strutturante dello psichismo umano.

Non è semplice trovare uno psicologo nella terra di destinazione che possa ben comprenderti, capire la tua lingua e la tua cultura di provenienza.

Pertanto, dinanzi a difficoltà di questo genere e consapevoli dei numerosi cambiamenti che si verificano nel passaggio da un paese a un altro, nasce il bisogno di creare un servizio ad hoc di consulenza psicologica online.

Tale servizio, seppur condotto virtualmente:

  • permette di sentirsi vicini alla propria terra;
  • consente una graduale integrazione tra il sè del passato e il sè presente;
  • facilita l’adattamento al nuovo luogo.                                                                                                                                                                                                             

 

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Che genere di stress vive l’estetista?

Che genere di stress vive l’estetista?

Generalmente si è soliti pensare alla professione dell’estetista come a un lavoro rilassante, che ti porta ad avere contatti con i temi della bellezza, del benessere e del relax.

Si percepisce un ambiente piacevole in cui gli odori e i profumi rimandano a una sensazione di pace e di distensione fisica e mentale. Appena il cliente entra nel centro estetico, pensa alla serenità di quel genere di lavoro.

Eppure, nonostante l’ambiente piacevole e il benessere circostante, il lavoro dell’estetista è un lavoro difficile che può portare ad usura e stress. Naturalmente, quanto accade all’estetista emerge in simil misura anche in chi svolge la professione di parrucchiere.

Perchè il lavoro dell’estetista è stressante?

Proprio per le caratteristiche prima descritte, tutti i clienti entrano nel centro estetisco con il bisogno di ricreazione, con l’obiettivo di dedicare quello specifico momento totalmente a sè. Si è concentrati sul proprio benessere e sul proprio corpo, consapevoli che qualcuno è lì per coccolarli e prendersi cura di loro.

Cosa comporta questo?

Ciò che si viene a determinare è che il cliente, in quest’atmosfera, tende automaticamente ad aprirsi, a raccontare eventi della propria vita, a confidarsi con l’estetista che inizia ad essere percepita come un’amica.

Questo tipo di fenomeno emerge in maniera spontanea perchè il lavoro si svolge all’interno di uno spazio ristretto condiviso tra le parti.

La distanza fra estetista e cliente secondo la psicologia

Pensate che in psicologia, nel campo della comunicazione non verbale, si sottolinea come esista una specifica distanza che regola le relazioni interpersonali: a seconda della distanza fisica mantenuta da due persone, si può comprendere che tipo di relazione queste anno:

  • Distanza pubblica: oltre i 3,5 m, distanza mantenuta nelle pubbliche relazioni
  • Distanza sociale: 1,2 – 3,5 m: distanza che intercorre tra conoscenti
  • Distanza personale: 45- 120 cm, distanza mantenuta fra amici
  • Zona intima: 45 cm, distanza intima.

Bene, durante la conoscenza con una persona, questa distanza nel tempo si avvicina, a seconda del grado di confidenza mantenuto. Difficilmente si tende a mantenere una distanza di 45 cm con chi non si conosce, anzi!

Pensate a quando saliamo sul treno e nella nostra carrozza troviamo già una persona seduta. Cosa facciamo? Tendiamo a sederci più distanti, al fine di incrociare meno gli sguardi e ridurre il contatto con l’altro.

Diversamente, questo non accade con l’estetista, in cui sin dal primo contatto, si è tenuti a mantenere una distanza ravvicinata allo scopo di far svolgere all’estetista il proprio lavoro.

L’estetista non potrebbe mai lavorare con il cliente se fosse fisicamente distante!

L’ “obbligata” vicinanza tende a rompere le barriere e a superare l’imbarazzo iniziale. L’estetista entra subito in contatto con il corpo del cliente che tende ad accettarlo perchè consapevole dell’indispensabilità della pratica.

Il rapporto che si viene a creare è da subito di vicinanza e di confidenza.

Si condivide con l’estetista il proprio momento di relax, l’istante nel quale la persona decide di dedicarsi a sè e al proprio corpo ed il tutto, avviene ad una distanza ravvicinata.

Come fare a non aprirsi?! E’ naturale!

I rischi nel tempo

L’atmosfera che si viene a determinare è positiva per il cliente ma a volte meno per il professionista che deve contemporaneamente dedicarsi alla propria attività lavorativa e ad ascoltare il cliente al fine di far trascorrere alla persona un momento piacevole.

L’estetista incontra quotidinamanete un gran numero di persone; ascolta le storie di ciasuno e nello stesso tempo svolge la propria professione. L’attività di concentrazione richiesta è elevata, pertanto il rischio è quello di tornare a casa la sera carichi di pensieri, di riflessioni e di ricordi. Tutta la giornata è stata dedicata all’ascolto dell’altra persona e non all’ascolto di sè.

Questo genere di lavoro può assomigliare a quello svolto da uno psicologo; la differenza è che: il cliente che si rivolge allo psicologo sa che si sta recando in quel luogo per parlare di sè; e allo stesso tempo lo psicologo è preparato a questo genere di relazione perchè ha studiato e si è formato con l’obiettivo di ascoltare l’altro.

Diversamente accade nella professione dell’estetista.

Consequenzialmente si viene a determinare un sovraccarico di stress, di non facile gestione, che può portare l’estetista a perpire presto la stanchezza e l’usura della propria attività nel tempo.

Quali i rimedi?

  1. Non dedicare 7 giorni su 7 alla propria professione.
  2. Ritagliarsi dei momenti per sè, in un ambiente diverso da quello nel quale si svolge la propria professione (questo vale soprattutto per le estetiste che lavorano generalmente in casa e che altrimenti si ritrovano a non staccare mai la spina!).
  3. Se possibile, selezionare i clienti al fine di ridurre il carico generato dal contatto con chi incrementa lo stato di tensione. Dinanzi a un cliente portatore di un disagio, giunti in un rapporto confidenziale, suggerire di rivolgersi a un professionista psicologo.
  4. Ascoltare il cliente sino a che ci sentiamo sereni nella relazione; dopodichè tendere a variare i dialoghi affinchè si affrontino temi non solo della sfera privata, ma anche di natura superficiale perchè fungano da distrattori e limitatori del carico.
  5. Recarsi da un collega per la cura del proprio corpo, evitando di occupare il proprio momento di relax con l’attività che si svolge quotidianamente per gli altri.

 

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